Storie vere

 

 

 

 

"In un settore a ridosso del Forte Leone ci fu un episodio che pur sembrando insignificante dimostra come i nemici allora abbiano saputo rispettare e custodire gelosamente quei valori umani che noi inutilmente cercheremmo nelle guerre d’oggi e di un passato non ancora remoto.

Terra di nessuno

Dopo l’offensiva dell’autunno del 1917, l’avanzata delle truppe austro-ungariche si era arrestata. Ora anche la zona di Belluno era occupata dall’imperial-regio esercito della monarchia danubiana.

Sulle alture dei Sette Comuni infuriavano ormai le intemperie; lunghe nevicate e piogge torrenziali sferzavano a ritmo alterno le varie postazioni militari. Gli avvallamenti si andavano sempre più riempiendo di neve e il sole non era pii in grado di far fronte ai primi rigori dell’inverno imminente.

Nelle trincee della prima linea si trovava una compagnia alpina di Kaiserschiitzen. Il monotono servizio quotidiano l’aveva ormai costretta a subire apatica l’irrigidimento d’una, estenuante guerra di posizione. Alle poche ore di riposo nell’umidità delle caverne, seguiva un turno di guardia in trincea. Fra i sacchi di sabbia, a distanza irregolare erano collocati gli scudi di protezione con feritoie strette che permettevano ai tiratori scelti di spiare il nemico e di puntare con massima precisione i loro fucili dotati di dispositivi di mira a cannocchiale.

Poi sino alle trincee italiane si estendeva la terra di nessuno: 20-30 metri in tutto. Anche nel settore italiano sacchi di sabbia i scudi di protezione, coperti però da una serie di cavalli di Frisia; l’intreccio caotico dei reticolati sembrava un infinito nastro arrugginito che avvolgeva alture ed avvallamenti; lo sbarramento, spezzato e dilaniato di giorno, veniva riparato ogni notte. Confini in tempo di guerra!

Ad ogni minimo segno di vita fa eco sull’altro fronte una breve, ma immediata sparatoria. Di notte la luce dei razzi brilla ad intermittenza su un paesaggio apparentemente deserto e proietta ombre inquiete nel settore opposto. Di quando in quando una raffica di mitra e poi silenzio.

Una notte, all’improvviso, i soldati austriaci odono provenire dalle trincee italiane le lunghe note di una canzone, l’ascoltano; c’è tanta malinconia in quel canto, ma per i Kaiserschùtzen c’è anche qualcosa di tanto familiare. Lì di fronte ci sono dei montanari come loro, alpini di Belluno, la cui terra natia ora è occupata dal nemico.

Poi si sente una voce che, in un buon tedesco, chiede in formazioni sulla provenienza dei soldati austriaci. «Tirolesi» risponde la sentinella. «Nel Tirolo, riprende l’Alpino, molti di noi vi hanno lavorato a lungo come muratori. Ora sono mesi che non abbiamo più notizie delle nostre famiglie» Dopo queste parole, fra i sacchi di sabbia, si vede sporgersi una testa e poi; con un balzo, un Alpino esce dal suo riparo. La sentinella austriaca ed alcuni suoi camerati che avevano assistito al dialogo, escono allo scoperto. Non uno sparo! La pallida luce della luna, quasi adagiata sulle postazioni militari, delinea le oscure sagome dei soldati.

« Non potreste far giungere la posta alle nostre mogli, ai nostri figli, giù a Belluno? » chiedono gli Alpini. «Tornate domani, alla stessa ora» è la risposta dei Kaiserschutzen. Così termina il dialogo e nella trincea italiana si sente ancora, ma per breve tempo, un concitato bisbiglio sempre più tenue. Nel settore accanto una violenta raffica dì mitragliatrice spezza il territorio antistante.

Appena terminato il proprio turno di guardia la sentinella austriaca espone l’accaduto al comandante della compagnia. Questi telefona al Comando del Reggimento. Ognuno sa di correre il rischio di una grave punizione per aver trasgredito il codice di guerra.

Il sole cala nuovamente dietro le creste dei monti oltre i quali si estende la Valsugana. Le batterie si scatenano in un fuoco d’interdizione contro le opposte vie di comunicazione; da ambo le parti infatti sono in marcia le colonne dei rincalzi e dei rifornimenti. L‘eco delle esplosioni rimbalza fragorosamente da una roccia all’altra e si propaga fino ai monti Circostanti. Una rovinosa caduta di sassi è l’ultimo atto di questo fracasso indiavolato.

Con i nervi a fior di pelle la sentinella austriaca osserva la trincea italiana dove qualcuno, con estrema cautela, sta spostando un sacco di sabbia, « Le nostre lettere per Belluno sono già scritte, grida una voce ormai nota, ve le portiamo di là, oltre il reticolato» «D’accordo!» risponde il Kaiserschutze. A questo punto vengono spostati numerosi sacchi di sabbia; si fanno avanti due, tre Alpini che recano un sacchetto. Spostano alcuni cavalli di Frisia e con pochi passi vengono a trovarsi al centro della terra di nessuno. Depongono il loro sacco, si girano e con un balzo scompaiono nella trincea. Due Kaiserschutzen saltano fuori dai loro ripari e sollevano il sacco postale. Lì accanto trovano dei pacchetti di sigarette ed alcuni fiaschi di vino: un saluto d’oltre confine.

Poco dopo il sacco con le lettere si trova nella caverna del comandante di compagnia. Un soldato è ormai pronto per la... missione, Il comandante del reggimento ha redatto di proprio pugno un foglio di marcia per un corriere diretto a Belluno.

Sono già trascorse tre lunghe giornate ed ecco che il soldato ritorna finalmente alla base; ha portato a termine la sua missione senz’alcuna difficoltà. Genitori, mogli e bambini, dopo settimane di attesa e di ansie interminabili, conoscono la sorte dei loro cari. Il soldato, nel cuore della notte, aveva raggiunto segretamente famiglia per famiglia e, consegnate le lettere degli Alpini, aveva atteso le risposte per portarle poi nella postazione.

Dopo una giornata di pioggia la nebbia si distende densa lungo i pendii dei monti. Infreddolite e con il bavero dei cappotti rialzato, le sentinelle stanno di guardia ai loro posti. Improvvisamente qualcuno grida agli Alpini: «C’è posta!» «Veniamo!» Ben presto il sacco postale, portato dai Kaiserschùtzen, si trova al centro della terra di nessuno.

In quell’istante la luna fa capolino fra le nubi irrequiete e inonda di luce il desolante paesaggio. Tre Alpini si curvano sul sacco postale, due lo raccolgono. Da ambo le parti dozzine di occhi seguono la scena. Il terzo Alpino poi si volta in direzione delle trincee austriache, s’irrigidisce sull’attenti e, alzando lentamente la mano destra alla fronte, porge in segno di gratitudine il saluto militare; quel gesto di pochi secondi sembra interminabile tanto è solenne e ai soldati che lo osservano dalle opposte trincee sembra che la sua sagoma, nel magico giuoco del chiarore lunare, si innalzi sempre più in alto, lontana ormai da quel triste teatro di battaglie.

Poi una nube scivola sotto la luna e la terra di nessuno è nuovamente deserta come prima. Una sparatoria in lontananza infrange il silenzio e l‘incanto di quella notte."

 

testo tratto da "Le nostre montagne teatro di guerra II" di Walther Schaumann" ed. Ghedina

x gentile concessione delle Grafiche Tassotti Giorgio di Bassano del grappa